Quando ripenso a lui, lo rammento come lo vidi la prima volta, alto, quasi smunto, con una risolutezza di modi che rasentava la villania, eppure non privo d'una certa qual noncurante eleganza. Era, indubbiamente, un uomo affascinante, giovane - se non vado errato contavamo entrambi, allora, non più di ventisei o ventisette anni - ma con uno scetticismo e un disincanto nella fisionomia e nel contegno che non appartenevano alla nostra età e gli conferivano un che di logoro e di sgradevole, starei per dire di vecchio, di stantio. Mi colpì soprattutto lo sguardo inquieto dei suoi occhi turchini nel volto scarno combusto dal sole; uno sguardo enigmatico dove, sotto il variegato scintillio dell'ironia, del tedio o dell'insofferenza - stati d'animo che si alternavano con sorprendente rapidità in quegli occhi febbrili - persisteva un lucore tenace di travaglio e tetraggine, qualcosa che faceva pensare a un'intima insoddisfazione, forse a una struggente e naufragante amarezza.
Credo d'essere uno dei pochi ad aver raccolto, durante la nostra permanenza nelle inospitali contrade africane dove ci trovammo a soggiornare, alcune delle sue più intime confidenze, anche se avemmo rare occasioni d'incontrarci e non diventammo mai amici. Temo anzi che i sentimenti intercorsi tra noi somigliassero, soprattutto all'inizio della nostra conoscenza, molto più all'antipatia e alla diffidenza che all'amicizia. Ma forse intuiva in me, nonostante tutto, la capacità di intendere le ragioni di certi suoi comportamenti estremi; o forse, più semplicemente, ebbi la ventura di trovarmi accanto a lui proprio quando sentiva la necessità di aprire il suo animo sugli aspetti più ardui e scabrosi della sua esistenza. Purtroppo, solo dopo la sua scomparsa mi resi conto veramente del profondo significato delle sue scelte, della grandezza d'animo ch'egli dimostrò, almeno verso la fine, nel riconoscere l'errore di fondo della sua esistenza, soprattutto perché nessuno, a quanto ne so, è mai riuscito a comprendere le ragioni del suo radicale mutamento d'interessi e d'abitudini e tutti continuano ad apprezzare, della sua vita e delle sue opere, proprio quegli aspetti ch'egli rifiutò perché li riconobbe sbagliati e insensati.
Sono passati molti anni da quando lo conobbi. Ormai sono giunto a un'età veneranda e credo di dovergli, prima di chiudere gli occhi definitivamente, questa testimonianza veritiera della profonda evoluzione del suo pensiero e dei suoi sentimenti, soprattutto quella verificatasi negli ultimi anni della sua vita.
Il nostro primo approccio non fu dei più felici; d'altronde eravamo troppo diversi nell'indole e a quel tempo io ero ancora animato, nel mio rapporto con l'Africa, da un certo qual fervore missionario che certo egli non conobbe mai. Avvenne, ricordo, nella città santa di Harar, al ritorno dalla mia prima ambasceria alla corte di Menelik II, in cui avevo cercato di convincere l'allora ras del piccolo regno abissino dello Scioa a preferire, quale sbocco al mare dei traffici carovanieri del suo paese, il nuovo scalo italiano di Assab a quello antico di Zeila e alla strada di Obock aperta in tempi recenti dai francesi. Viaggiando in una terra popolata da negri più ostili che amichevoli, dove bisogna guardarsi continuamente da chi ti avvicina, l'incontro con un uomo della nostra stessa razza e civiltà, ancorché di una nazionalità differente e, nel caso specifico, politicamente e commercialmente concorrente, è sempre e comunque un evento gradito e confortante. Nella cittadina musulmana folta di minareti e di vegliardi ispidi e remoti come profeti, immersa nell'atmosfera di sonnolento misticismo del luogo venerabile, soggiornavano, è vero, anche due religiosi europei, i capi della locale missione cattolica, uno di nazionalità spagnola e l'altro portoghese, ma apparivano entrambi affatto insignificanti, almeno ai miei occhi, a paragone di quel sardonico e misterioso rappresentante della ditta di commercio francese Bardey di Aden, centro commerciale situato sulla costa arabica di fronte all'Abissinia.
A quei tempi - correva, se ben rammento, l'anno 1881 - gli europei presenti nelle regioni africane che si affacciavano sul mar Rosso erano ancora molto pochi, giacché solo la recente apertura del canale di Suez aveva attratto l'interesse delle nazioni civili su quei luoghi ignoti e malsicuri. Eravamo tutti, per forza di cose, un po' mercanti, un po' diplomatici, un po' esploratori; accanto al motivo d'interesse più propriamente pratico che ci aveva condotto laggiù - quello di aprire nuove frontiere commerciali al nostro paese in regioni non ancora battute dal traffico europeo - albergava in noi, senza dubbio, anche una ragione più nobile, una componente che non esiterò a definire eroica, quella di fornire un contributo alla conoscenza dell'ignoto; di assicurare, negligendo il pericolo, nuovi traguardi alla civiltà e al progresso. Ma quell'uomo, stando almeno a quanto dichiarò in quel nostro primo incontro, pareva mosso esclusivamente dalla volontà di sfruttare la verginità commerciale di quelle zone poco conosciute per assicurarsi una fonte di guadagno cospicua, onde accumulare quanto più rapidamente possibile il necessario per vivere di rendita fino alla fine dei suoi giorni, in Europa o in qualsiasi altro luogo gli fosse piaciuto.
"Non nutro alcun interesse per il cosiddetto cammino della civiltà," rammento che disse, tra l'altro, mentre, invitati entrambi dai padri della missione, ci trovammo a pranzare insieme nella casa dei due religiosi. "La gente di qui non è né più stupida né più canaglia dei negri bianchi della nostra civilissima Europa".
L'espressione negri bianchi era del tutto nuova, per me, e il sarcasmo gravido di disprezzo col quale pronunciò la parola civilissima, riferita all'Europa, risuonò alle mie orecchie offensiva e irritante. Io sono un esponente dell'aristocrazia di una delle civiltà più annose ed elette del vecchio continente, quella romana, perciò mi sentii personalmente colpito da quelle parole ingiuriose nei confronti della nostra antica e nobile Europa.
"Come volete," ribattei seccamente, "ma ammetterete che riguardo all'igiene, alla scienza e alle buone maniere abbiamo qualcosa da insegnare alle popolazioni di questi luoghi".
Il suo smagliante sorriso, straordinariamente soave e conciliante, mi disarmò: "Senza dubbio, salvo il fatto che a loro non interessa nulla della nostra scienza e delle nostre buone maniere. Del resto siamo tutti qui per commerciare. A noi fa gola il loro avorio, la loro gomma, le loro pelli e il loro incenso; loro invece vogliono le nostre stoffe, la nostra chincaglieria e, soprattutto, i nostri fucili. Procurarsi un paio di migliaia di sputafuoco a prezzi di fabbrica e rivenderli a questa e a quell'altra tribù in Abissinia vorrebbe dire arricchirsi veramente alla svelta, ve lo garantisco". Tacqui, toccato, mio malgrado, dalle sue ultime parole. Io stesso, con Menelik, ero riuscito a interessarlo al nostro scalo di Assab solo dietro la promessa di procurargli, tornando in Italia, una certa quantità di buoni fucili. Non parlammo più di civiltà né di buone maniere e la conversazione inclinò decisamente sulle opportunità commerciali offerte dalle contrade abissine. Egli progettava l'organizzazione di una spedizione nell'Ogaden, una regione situata a sud-est di Harar abitata da un miscuglio di tribù di razza somala e galla e dove nessun Europeo si era mai avventurato. Dalle informazioni in suo possesso, risultava ch'era possibile raccogliere laggiù ingenti quantità di avorio.
"Siete coraggioso," commentai non senza un sorrisetto sardonico, alludendo alla fama sinistra dei popoli nel cui territorio intendeva recarsi, guerrieri fanatici che amavano ornarsi il collo, a quanto si raccontava, con collane fatte coi genitali di coloro a cui avevano dato la morte.
"Prenderò le mie precauzioni," proferì l'uomo con accento burlesco, facendo sfavillare la fiamma azzurra dei suoi occhi beffardi. "Conto di risparmiarmi brutte esperienze ingraziandomi i capi delle regioni che attraverserò con quel genere di regali che mi varrà la loro protezione". Si riferiva ancora, senza dubbio, ai fucili, merce che tutti gli abissini, come ebbi modo di constatare fin troppo bene man mano che li conoscevo, desideravano più di ogni altra cosa al mondo.
Seppi ancora che si trovava in Africa da circa due anni, mentr'io vi soggiornavo da meno di sei mesi. Veniva dal nord della Francia. Si chiamava Arthur Rimbaud.
Non lo rividi più per molto tempo. Occupato a sviluppare, nella mia duplice veste di diplomatico e di commerciante, i traffici sulla carovaniera che dal nostro scalo di Assab conduceva direttamente allo Scioa, dovetti andare e venire lungo quella pista, e dall'Abissinia all'Italia, più e più volte e non ebbi altre occasioni di transitare ad Harar, situata parecchie miglia più a sud del nostro tragitto. Si configurò, per me, un periodo di considerevoli fatiche e disagi, in cui dovetti avvezzarmi a un'esistenza perpetuamente nomade e rischiosa, all'asprezza del clima di quelle latitudini ingrate, alla rudimentalità insopportabile del cibo locale, all'elusiva insipienza della mentalità indigena e alla inesorabile barbarie dei costumi, da cui neppure la corte di Menelik, per quanto fastosa, era esente; ma, in compenso, ottenni dal ras dello Scioa l'ambita firma di un trattato di amicizia e di commercio con l'Italia, un rapporto privilegiato col mio paese che, oltre a prevedere lo scambio reciproco di agenti diplomatici e consolari, garantiva negli anni a venire l'incremento delle strade da Assab allo Scioa e il transito libero e in sicurezza di uomini e merci in tutti i territori sottoposti al controllo scioano. Poiché il dominio di Menelik era in via di espansione proprio in quegli anni, era nostro interesse agevolare le sue conquiste territoriali e quindi rafforzare l'armamento del suo esercito, fornendolo di quei fucili verso cui egli aveva mostrato, fin dal nostro primo incontro, un così vivo interesse. Tale interesse, che, per inciso, avrebbe assunto ben presto il carattere della smodata avidità, era in relazione con la sua implacabile rivalità col negus o imperatore di tutta l'Abissinia, Johannes I, dal quale in passato era stato umiliato e ridotto a vassallo e del quale intendeva, non appena si fosse considerato sufficientemente potente, usurpare il pretigioso seggio. Proprio a questo scopo Menelik conduceva le sue tenaci campagne militari di conquista, rioccupando via via regioni a sud dello Scioa che da quasi tre secoli erano sfuggite al dominio cristiano dell'Abissinia ed erano a quel tempo occupate da popolazioni galla pagane o musulmane. In tale situazione, mi trovai ad assumere, forse al di là delle mie stesse intenzioni, un ruolo piuttosto importante e divenni uno dei consiglieri di politica e di strategia militare più richiesti e ascoltati da Menelik, benché non fossi l'unico europeo assiduo alla sua corte. In effetti, frequentavano il suo palazzo molti altri stranieri, soprattutto francesi, ma anche tedeschi e perfino russi e polacchi. Del resto il ras scioano non si accontentava neppure dei fucili italiani fornitigli da me: la sua crescente ambizione e avidità lo portava a rivolgersi spesso ad altri fornitori, i quali provenivano da tutto il mondo civile, massimamente dalla Francia.
Anche il mio conoscente Arthur Rimbaud approdò, ad un certo momento, alla vendita dei fucili a Menelik; ciò che, considerato quanto gli avevo sentito dire nel nostro primo incontro, e atteso che i francesi erano considerati tra i fornitori privilegiati di Menelik, non mi sorprese affatto. Ma prima di scoprirlo mio rivale e concorrente nel commercio di armi col ras abissino, seppi di lui ben altre cose, quelle sì, per me, insospettabili e sorprendenti.
(frammento di un racconto più lungo pubblicato in tre puntate sulla rivista "Orizzonti")
Credo d'essere uno dei pochi ad aver raccolto, durante la nostra permanenza nelle inospitali contrade africane dove ci trovammo a soggiornare, alcune delle sue più intime confidenze, anche se avemmo rare occasioni d'incontrarci e non diventammo mai amici. Temo anzi che i sentimenti intercorsi tra noi somigliassero, soprattutto all'inizio della nostra conoscenza, molto più all'antipatia e alla diffidenza che all'amicizia. Ma forse intuiva in me, nonostante tutto, la capacità di intendere le ragioni di certi suoi comportamenti estremi; o forse, più semplicemente, ebbi la ventura di trovarmi accanto a lui proprio quando sentiva la necessità di aprire il suo animo sugli aspetti più ardui e scabrosi della sua esistenza. Purtroppo, solo dopo la sua scomparsa mi resi conto veramente del profondo significato delle sue scelte, della grandezza d'animo ch'egli dimostrò, almeno verso la fine, nel riconoscere l'errore di fondo della sua esistenza, soprattutto perché nessuno, a quanto ne so, è mai riuscito a comprendere le ragioni del suo radicale mutamento d'interessi e d'abitudini e tutti continuano ad apprezzare, della sua vita e delle sue opere, proprio quegli aspetti ch'egli rifiutò perché li riconobbe sbagliati e insensati.
Sono passati molti anni da quando lo conobbi. Ormai sono giunto a un'età veneranda e credo di dovergli, prima di chiudere gli occhi definitivamente, questa testimonianza veritiera della profonda evoluzione del suo pensiero e dei suoi sentimenti, soprattutto quella verificatasi negli ultimi anni della sua vita.
Il nostro primo approccio non fu dei più felici; d'altronde eravamo troppo diversi nell'indole e a quel tempo io ero ancora animato, nel mio rapporto con l'Africa, da un certo qual fervore missionario che certo egli non conobbe mai. Avvenne, ricordo, nella città santa di Harar, al ritorno dalla mia prima ambasceria alla corte di Menelik II, in cui avevo cercato di convincere l'allora ras del piccolo regno abissino dello Scioa a preferire, quale sbocco al mare dei traffici carovanieri del suo paese, il nuovo scalo italiano di Assab a quello antico di Zeila e alla strada di Obock aperta in tempi recenti dai francesi. Viaggiando in una terra popolata da negri più ostili che amichevoli, dove bisogna guardarsi continuamente da chi ti avvicina, l'incontro con un uomo della nostra stessa razza e civiltà, ancorché di una nazionalità differente e, nel caso specifico, politicamente e commercialmente concorrente, è sempre e comunque un evento gradito e confortante. Nella cittadina musulmana folta di minareti e di vegliardi ispidi e remoti come profeti, immersa nell'atmosfera di sonnolento misticismo del luogo venerabile, soggiornavano, è vero, anche due religiosi europei, i capi della locale missione cattolica, uno di nazionalità spagnola e l'altro portoghese, ma apparivano entrambi affatto insignificanti, almeno ai miei occhi, a paragone di quel sardonico e misterioso rappresentante della ditta di commercio francese Bardey di Aden, centro commerciale situato sulla costa arabica di fronte all'Abissinia.
A quei tempi - correva, se ben rammento, l'anno 1881 - gli europei presenti nelle regioni africane che si affacciavano sul mar Rosso erano ancora molto pochi, giacché solo la recente apertura del canale di Suez aveva attratto l'interesse delle nazioni civili su quei luoghi ignoti e malsicuri. Eravamo tutti, per forza di cose, un po' mercanti, un po' diplomatici, un po' esploratori; accanto al motivo d'interesse più propriamente pratico che ci aveva condotto laggiù - quello di aprire nuove frontiere commerciali al nostro paese in regioni non ancora battute dal traffico europeo - albergava in noi, senza dubbio, anche una ragione più nobile, una componente che non esiterò a definire eroica, quella di fornire un contributo alla conoscenza dell'ignoto; di assicurare, negligendo il pericolo, nuovi traguardi alla civiltà e al progresso. Ma quell'uomo, stando almeno a quanto dichiarò in quel nostro primo incontro, pareva mosso esclusivamente dalla volontà di sfruttare la verginità commerciale di quelle zone poco conosciute per assicurarsi una fonte di guadagno cospicua, onde accumulare quanto più rapidamente possibile il necessario per vivere di rendita fino alla fine dei suoi giorni, in Europa o in qualsiasi altro luogo gli fosse piaciuto.
"Non nutro alcun interesse per il cosiddetto cammino della civiltà," rammento che disse, tra l'altro, mentre, invitati entrambi dai padri della missione, ci trovammo a pranzare insieme nella casa dei due religiosi. "La gente di qui non è né più stupida né più canaglia dei negri bianchi della nostra civilissima Europa".
L'espressione negri bianchi era del tutto nuova, per me, e il sarcasmo gravido di disprezzo col quale pronunciò la parola civilissima, riferita all'Europa, risuonò alle mie orecchie offensiva e irritante. Io sono un esponente dell'aristocrazia di una delle civiltà più annose ed elette del vecchio continente, quella romana, perciò mi sentii personalmente colpito da quelle parole ingiuriose nei confronti della nostra antica e nobile Europa.
"Come volete," ribattei seccamente, "ma ammetterete che riguardo all'igiene, alla scienza e alle buone maniere abbiamo qualcosa da insegnare alle popolazioni di questi luoghi".
Il suo smagliante sorriso, straordinariamente soave e conciliante, mi disarmò: "Senza dubbio, salvo il fatto che a loro non interessa nulla della nostra scienza e delle nostre buone maniere. Del resto siamo tutti qui per commerciare. A noi fa gola il loro avorio, la loro gomma, le loro pelli e il loro incenso; loro invece vogliono le nostre stoffe, la nostra chincaglieria e, soprattutto, i nostri fucili. Procurarsi un paio di migliaia di sputafuoco a prezzi di fabbrica e rivenderli a questa e a quell'altra tribù in Abissinia vorrebbe dire arricchirsi veramente alla svelta, ve lo garantisco". Tacqui, toccato, mio malgrado, dalle sue ultime parole. Io stesso, con Menelik, ero riuscito a interessarlo al nostro scalo di Assab solo dietro la promessa di procurargli, tornando in Italia, una certa quantità di buoni fucili. Non parlammo più di civiltà né di buone maniere e la conversazione inclinò decisamente sulle opportunità commerciali offerte dalle contrade abissine. Egli progettava l'organizzazione di una spedizione nell'Ogaden, una regione situata a sud-est di Harar abitata da un miscuglio di tribù di razza somala e galla e dove nessun Europeo si era mai avventurato. Dalle informazioni in suo possesso, risultava ch'era possibile raccogliere laggiù ingenti quantità di avorio.
"Siete coraggioso," commentai non senza un sorrisetto sardonico, alludendo alla fama sinistra dei popoli nel cui territorio intendeva recarsi, guerrieri fanatici che amavano ornarsi il collo, a quanto si raccontava, con collane fatte coi genitali di coloro a cui avevano dato la morte.
"Prenderò le mie precauzioni," proferì l'uomo con accento burlesco, facendo sfavillare la fiamma azzurra dei suoi occhi beffardi. "Conto di risparmiarmi brutte esperienze ingraziandomi i capi delle regioni che attraverserò con quel genere di regali che mi varrà la loro protezione". Si riferiva ancora, senza dubbio, ai fucili, merce che tutti gli abissini, come ebbi modo di constatare fin troppo bene man mano che li conoscevo, desideravano più di ogni altra cosa al mondo.
Seppi ancora che si trovava in Africa da circa due anni, mentr'io vi soggiornavo da meno di sei mesi. Veniva dal nord della Francia. Si chiamava Arthur Rimbaud.
Non lo rividi più per molto tempo. Occupato a sviluppare, nella mia duplice veste di diplomatico e di commerciante, i traffici sulla carovaniera che dal nostro scalo di Assab conduceva direttamente allo Scioa, dovetti andare e venire lungo quella pista, e dall'Abissinia all'Italia, più e più volte e non ebbi altre occasioni di transitare ad Harar, situata parecchie miglia più a sud del nostro tragitto. Si configurò, per me, un periodo di considerevoli fatiche e disagi, in cui dovetti avvezzarmi a un'esistenza perpetuamente nomade e rischiosa, all'asprezza del clima di quelle latitudini ingrate, alla rudimentalità insopportabile del cibo locale, all'elusiva insipienza della mentalità indigena e alla inesorabile barbarie dei costumi, da cui neppure la corte di Menelik, per quanto fastosa, era esente; ma, in compenso, ottenni dal ras dello Scioa l'ambita firma di un trattato di amicizia e di commercio con l'Italia, un rapporto privilegiato col mio paese che, oltre a prevedere lo scambio reciproco di agenti diplomatici e consolari, garantiva negli anni a venire l'incremento delle strade da Assab allo Scioa e il transito libero e in sicurezza di uomini e merci in tutti i territori sottoposti al controllo scioano. Poiché il dominio di Menelik era in via di espansione proprio in quegli anni, era nostro interesse agevolare le sue conquiste territoriali e quindi rafforzare l'armamento del suo esercito, fornendolo di quei fucili verso cui egli aveva mostrato, fin dal nostro primo incontro, un così vivo interesse. Tale interesse, che, per inciso, avrebbe assunto ben presto il carattere della smodata avidità, era in relazione con la sua implacabile rivalità col negus o imperatore di tutta l'Abissinia, Johannes I, dal quale in passato era stato umiliato e ridotto a vassallo e del quale intendeva, non appena si fosse considerato sufficientemente potente, usurpare il pretigioso seggio. Proprio a questo scopo Menelik conduceva le sue tenaci campagne militari di conquista, rioccupando via via regioni a sud dello Scioa che da quasi tre secoli erano sfuggite al dominio cristiano dell'Abissinia ed erano a quel tempo occupate da popolazioni galla pagane o musulmane. In tale situazione, mi trovai ad assumere, forse al di là delle mie stesse intenzioni, un ruolo piuttosto importante e divenni uno dei consiglieri di politica e di strategia militare più richiesti e ascoltati da Menelik, benché non fossi l'unico europeo assiduo alla sua corte. In effetti, frequentavano il suo palazzo molti altri stranieri, soprattutto francesi, ma anche tedeschi e perfino russi e polacchi. Del resto il ras scioano non si accontentava neppure dei fucili italiani fornitigli da me: la sua crescente ambizione e avidità lo portava a rivolgersi spesso ad altri fornitori, i quali provenivano da tutto il mondo civile, massimamente dalla Francia.
Anche il mio conoscente Arthur Rimbaud approdò, ad un certo momento, alla vendita dei fucili a Menelik; ciò che, considerato quanto gli avevo sentito dire nel nostro primo incontro, e atteso che i francesi erano considerati tra i fornitori privilegiati di Menelik, non mi sorprese affatto. Ma prima di scoprirlo mio rivale e concorrente nel commercio di armi col ras abissino, seppi di lui ben altre cose, quelle sì, per me, insospettabili e sorprendenti.
(frammento di un racconto più lungo pubblicato in tre puntate sulla rivista "Orizzonti")
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