venerdì 12 marzo 2010

martedì 9 marzo 2010

L'identità del fuoriuscito, due brani

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Presso gli ultimi pozzi dove ci siamo riforniti, abbiamo raccolto tutta l’acqua che ci era possibile trasportare, ma, da quanto mi par di comprendere, circola ormai nella carovana il timore che essa possa non bastare a garantirci la sopravvivenza fino ai prossimi pozzi. Mio malgrado, e già quasi con rassegnazione, comincio a guardare l’enorme carovana di cui faccio parte come una patetica accozzaglia di fantasmi, un esercito di disperati in marcia inesorabile verso il proprio appuntamento con la morte.

Finalmente, il giorno si estingue. Il sole, disco rosso imponente, lambisce l’orlo delle sabbie. Il colore del cielo muta, muta la temperie dell’aria. Le sabbie, inondate di vermiglio, si animano, palpitano intensamente. I cammelli marciano incoronati di scarlatto, e tra le loro zampe fiorisce polvere d’oro. Il tramonto crepita come un incendio. Poi, improvvisamente, il sole scompare. L’ultimo barbaglio di luce conferisce ancora un brillìo prezioso alla sabbia, alla pelle degli animali, agli abiti degli uomini, tosto mutandosi, nell’oscurità avanzante, in cupa evanescenza di velluto. Il buio invade la terra con grande rapidità, espandendosi come un’acqua impalpabile. La notte ammanta il deserto di colpo, come per magia; pochi attimi prima la luce ardeva e accecava, ed ecco, d’un tratto, in suo luogo impera la tenebra. Ma le sabbie rimandano ancora il calore tormentoso del giorno e l’arsura continua a stringerci nelle sue spire insopportabili. Il cielo si accende d’uno sterminato pulviscolo di stelle e uno spicchio di luna, proprio davanti a noi, brilla vividamente. Non per questo le sabbie ricevono luce a sufficienza e la marcia dei cammelli risulta incerta e spettrale. Avanziamo nelle tenebre come fantasmi informi e taciturni…



Tangeri è là, oltre il costone roccioso di cui siamo impegnati a valicare il fianco; mi si mostra come un’apparizione di purezza; diafana, esangue; una piramide eterea di case bianche e azzurre sormontate da un minareto sottile come una palma, e ai suoi piedi un arco di spiaggia la separa dal mare impietrito dall’approssimarsi della notte.

Il sole dispiega l’ultimo sfarzo di colori che accompagna la sua scomparsa. Gli orli delle nuvole in lenta navigazione nel cielo vibrano di riflessi gialli e vermigli; il mare si intorbida di violetto; la città si dissolve in una purpurea visione. Rimontiamo in groppa per proseguire il nostro cammino, mentre l’aria si offusca e incupisce. Ombre oscure assediano la livida incertezza del sentiero. La mia guida inveisce con rauco trasporto contro la flemma circospetta degli asini. E’ già notte quando entriamo a Tangeri, ma il nudo splendore della luna notifica il nostro ingresso in città. Varcandone la porta, il gelo della paura mi irrigidisce le membra; v’è a guardia una sentinella armata, una presenza oltremodo allarmante, per me, giacché se mi chiedesse chi sono e quale scopo mi conduce in questa città, potrei trovarmi nell’impossibilità di partire, essere obbligato a restar prigioniero degli aborriti cenci che mi nascondono; ma essa ci guarda passare con indifferenza, senza domandarci nulla. La mia sorte, a questo punto, mi appare veramente appesa a un filo: un nonnulla potrebbe causare la mia perdita.

Caracolliamo lungo vicoli stretti come crepacci tra muri di case imbruniti dalla notte. Come appuro presto, siamo diretti al fondaco, l’affollato e fetido dormitorio pubblico per uomini e animali…

domenica 19 aprile 2009

Incontro con Rimbaud

Quando ripenso a lui, lo rammento come lo vidi la prima volta, alto, quasi smunto, con una risolutezza di modi che rasentava la villania, eppure non privo d'una certa qual noncurante eleganza. Era, indubbiamente, un uomo affascinante, giovane - se non vado errato contavamo entrambi, allora, non più di ventisei o ventisette anni - ma con uno scetticismo e un disincanto nella fisionomia e nel contegno che non appartenevano alla nostra età e gli conferivano un che di logoro e di sgradevole, starei per dire di vecchio, di stantio. Mi colpì soprattutto lo sguardo inquieto dei suoi occhi turchini nel volto scarno combusto dal sole; uno sguardo enigmatico dove, sotto il variegato scintillio dell'ironia, del tedio o dell'insofferenza - stati d'animo che si alternavano con sorprendente rapidità in quegli occhi febbrili - persisteva un lucore tenace di travaglio e tetraggine, qualcosa che faceva pensare a un'intima insoddisfazione, forse a una struggente e naufragante amarezza.
Credo d'essere uno dei pochi ad aver racco
lto, durante la nostra permanenza nelle inospitali contrade africane dove ci trovammo a soggiornare, alcune delle sue più intime confidenze, anche se avemmo rare occasioni d'incontrarci e non diventammo mai amici. Temo anzi che i sentimenti intercorsi tra noi somigliassero, soprattutto all'inizio della nostra conoscenza, molto più all'antipatia e alla diffidenza che all'amicizia. Ma forse intuiva in me, nonostante tutto, la capacità di intendere le ragioni di certi suoi comportamenti estremi; o forse, più semplicemente, ebbi la ventura di trovarmi accanto a lui proprio quando sentiva la necessità di aprire il suo animo sugli aspetti più ardui e scabrosi della sua esistenza. Purtroppo, solo dopo la sua scomparsa mi resi conto veramente del profondo significato delle sue scelte, della grandezza d'animo ch'egli dimostrò, almeno verso la fine, nel riconoscere l'errore di fondo della sua esistenza, soprattutto perché nessuno, a quanto ne so, è mai riuscito a comprendere le ragioni del suo radicale mutamento d'interessi e d'abitudini e tutti continuano ad apprezzare, della sua vita e delle sue opere, proprio quegli aspetti ch'egli rifiutò perché li riconobbe sbagliati e insensati.
Sono passati molti anni da quando lo conobbi. Ormai sono giunto a un'età veneranda e
credo di dovergli, prima di chiudere gli occhi definitivamente, questa testimonianza veritiera della profonda evoluzione del suo pensiero e dei suoi sentimenti, soprattutto quella verificatasi negli ultimi anni della sua vita.
Il nostro primo approccio non fu dei più felici; d'altronde eravamo troppo diversi nell'indole e a quel tempo io ero ancora animato, nel mio rapporto con l'Africa, da un certo qual fervore missionario che certo egli non conobbe mai. Avvenne, ricordo, nella città santa di Harar, al ritorno dalla mia prima ambasceria alla corte di Menelik II, in cui avevo cercato di convincere l'allora ras del piccolo regno abissino dello Scioa a preferire, quale sbocco al mare dei traffici carovanieri del suo paese, il nuovo scalo italiano di Assab a quello antico di Zeila e alla strada di Obock aperta in tempi recenti dai francesi. Viaggiando in una terra popolata da negri più ostili che amichevoli, dove bisogna guardarsi continuamente da chi ti avvicina, l'incontro con un uomo della nostra stessa razza e civiltà, ancorché di una nazionalità differente e, nel caso specifico, politicamente e commercialmente concorrente, è sempre e comunque un evento gradito e confortante. Nella cittadina musulmana folta di minareti e di vegliardi ispidi e remoti come profeti, immersa nell'atmosfera di sonnolento misticismo del luogo venerabile, soggiornavano, è vero, anche due religiosi europei, i capi della locale missione cattolica, uno di nazionalità spagnola e l'altro portoghese, ma apparivano entrambi affatto insignificanti, almeno ai miei occhi, a paragone di quel sardonico e misterioso rappresentante della ditta di commercio francese Bardey di Aden, centro commerciale situato sulla costa arabica di fronte all'Abissinia.
A quei tempi - correva, se ben rammento, l'anno 1881 - gli europei presenti nelle regioni africane che si affacciavano sul mar Rosso erano ancora molto pochi, giacché solo la recente apertura del canale di Suez aveva attratto l'interesse delle nazioni civili su quei luoghi ignoti e malsicuri. Eravamo tutti, per forza di cose, un po' mercanti, un po' diplomatici, un po' esploratori; accanto al motivo d'interesse più propriamente pratico che ci aveva condotto laggiù - quello di aprire nuove frontiere commerciali al nostro paese in regioni non ancora battute dal traffico europeo - albergava in noi, senza dubbio, anche una ragione più nobile, una componente che non esiterò a definire eroica, quella di fornire un contributo alla conoscenza dell'ignoto; di assicurare, negligendo il pericolo, nuovi traguardi alla civiltà e al progresso. Ma quell'uomo, stando almeno a quanto dichiarò in quel nostro primo incontro, pareva mosso esclusivamente dalla volontà di sfruttare la verginità commerciale di quelle zone poco conosciute per assicurarsi una fonte di guadagno cospicua, onde accumulare quanto più rapidamente possibile il necessario per vivere di rendita fino alla fine dei suoi giorni, in Europa o in qualsiasi altro luogo gli fosse piaciuto.
"Non nutro alcun interesse per il cosiddetto cammino della civiltà," rammento che disse, tra l'altro, mentre, invitati entrambi dai padri della missione, ci trovammo a pranzare insieme nella casa dei due religiosi. "La gente di qui non è né più stupida né più canaglia dei negri bianchi della nostra civilissima Europa".
L'espressione
negri bianchi era del tutto nuova, per me, e il sarcasmo gravido di disprezzo col quale pronunciò la parola civilissima, riferita all'Europa, risuonò alle mie orecchie offensiva e irritante. Io sono un esponente dell'aristocrazia di una delle civiltà più annose ed elette del vecchio continente, quella romana, perciò mi sentii personalmente colpito da quelle parole ingiuriose nei confronti della nostra antica e nobile Europa.
"Come volete," ribattei seccamente, "ma ammetterete che riguardo all'igiene, alla scienza e alle buone maniere abbiamo qualcosa da insegnare alle popolazioni di questi luoghi".
Il suo smagliante sorriso, straordinariamente soave e conciliante, mi disarmò: "Senza dubbio, salvo il fatto che a loro non interessa nulla della nostra scienza e delle nostre buone maniere. Del resto siamo tutti qui per commerciare. A noi fa gola il loro avorio, la loro gomma, le loro pelli e il loro incenso; loro invece vogliono le nostre stoffe, la nostra chincaglieria e, soprattutto, i nostri fucili. Procurarsi un paio di migliaia di sputafuoco a prezzi di fabbrica e rivenderli a questa e a quell'altra tribù in Abissinia vorrebbe dire arricchirsi veramente alla svelta, ve lo garantisco". Tacqui, toccato, mio malgrado, dalle sue ultime parole. Io stesso, con Menelik, ero riuscito a interessarlo al nostro scalo di Assab solo dietro la promessa di procurargli, tornando in Italia, una certa quantità di buoni fucili. Non parlammo più di civiltà né di buone maniere e la conversazione inclinò decisamente sulle opportunità commerciali offerte dalle contrade abissine. Egli progettava l'organizzazione di una spedizione nell'Ogaden, una regione situata a sud-est di Harar abitata da un miscuglio di tribù di razza somala e galla e dove nessun Europeo si era mai avventurato. Dalle informazioni in suo possesso, risultava ch'era possibile raccogliere laggiù ingenti quantità di avorio.
"Siete coraggioso," commentai non senza un sorrisetto sardonico, alludendo alla fama sinistra dei popoli nel cui territorio intendeva recarsi, guerrieri fanatici che amavano ornarsi il collo, a quanto si raccontava, con collane fatte coi genitali di coloro a cui avevano dato la morte.
"Prenderò le mie precauzioni," proferì l'uomo con accento burlesco, facendo sfavillare la fiamma azzurra dei suoi occhi beffardi. "Conto di risparmiarmi brutte esperienze ingraziandomi i capi delle regioni che attraverserò con quel genere di regali che mi varrà la loro protezione". Si riferiva ancora, senza dubbio, ai fucili, merce che tutti gli abissini, come ebbi modo di constatare fin troppo bene man mano che li conoscevo, desideravano più di ogni altra cosa al mondo.
Seppi ancora che si trovava in Africa da circa due anni, mentr'io vi soggiornavo da meno di sei mesi. Veniva dal nord della Francia. Si chiamava Arthur Rimbaud.
Non lo rividi più per molto tempo. Occupato a sviluppare, nella mia duplice veste di diplomatico e di commerciante, i traffici sulla carovaniera che dal nostro scalo di Assab conduceva direttamente allo Scioa, dovetti andare e venire lungo quella pista, e dall'Abissinia all'Italia, più e più volte e non ebbi altre occasioni di transitare ad Harar, situata parecchie miglia più a sud del nostro tragitto. Si configurò, per me, un periodo di considerevoli fatiche e disagi, in cui dovetti avvezzarmi a un'esistenza perpetuamente nomade e rischiosa, all'asprezza del clima di quelle latitudini ingrate, alla rudimentalità insopportabile del cibo locale, all'elusiva insipienza della mentalità indigena e alla inesorabile barbarie dei costumi, da cui neppure la corte di Menelik, per quanto fastosa, era esente; ma, in compenso, ottenni dal
ras dello Scioa l'ambita firma di un trattato di amicizia e di commercio con l'Italia, un rapporto privilegiato col mio paese che, oltre a prevedere lo scambio reciproco di agenti diplomatici e consolari, garantiva negli anni a venire l'incremento delle strade da Assab allo Scioa e il transito libero e in sicurezza di uomini e merci in tutti i territori sottoposti al controllo scioano. Poiché il dominio di Menelik era in via di espansione proprio in quegli anni, era nostro interesse agevolare le sue conquiste territoriali e quindi rafforzare l'armamento del suo esercito, fornendolo di quei fucili verso cui egli aveva mostrato, fin dal nostro primo incontro, un così vivo interesse. Tale interesse, che, per inciso, avrebbe assunto ben presto il carattere della smodata avidità, era in relazione con la sua implacabile rivalità col negus o imperatore di tutta l'Abissinia, Johannes I, dal quale in passato era stato umiliato e ridotto a vassallo e del quale intendeva, non appena si fosse considerato sufficientemente potente, usurpare il pretigioso seggio. Proprio a questo scopo Menelik conduceva le sue tenaci campagne militari di conquista, rioccupando via via regioni a sud dello Scioa che da quasi tre secoli erano sfuggite al dominio cristiano dell'Abissinia ed erano a quel tempo occupate da popolazioni galla pagane o musulmane. In tale situazione, mi trovai ad assumere, forse al di là delle mie stesse intenzioni, un ruolo piuttosto importante e divenni uno dei consiglieri di politica e di strategia militare più richiesti e ascoltati da Menelik, benché non fossi l'unico europeo assiduo alla sua corte. In effetti, frequentavano il suo palazzo molti altri stranieri, soprattutto francesi, ma anche tedeschi e perfino russi e polacchi. Del resto il ras scioano non si accontentava neppure dei fucili italiani fornitigli da me: la sua crescente ambizione e avidità lo portava a rivolgersi spesso ad altri fornitori, i quali provenivano da tutto il mondo civile, massimamente dalla Francia.
Anche il mio conoscente Arthur Rimbaud approdò, ad un certo momento, alla vendita dei fucili a Menelik; ciò che, considerato quanto gli avevo sentito dire nel nostro primo incontro, e atteso che i francesi erano considerati tra i fornitori privilegiati di Menelik, non mi sorprese affatto. Ma prima di scoprirlo mio rivale e concorrente nel commercio di armi col
ras abissino, seppi di lui ben altre cose, quelle sì, per me, insospettabili e sorprendenti.

(frammento di un racconto più lungo pubblicato in tre puntate sulla rivista "Orizzonti")


mercoledì 1 aprile 2009

La sosta di Odisseo


Voli concitati, furibondo sbattere
d’ali, strida clamorose e sguaiate: nel lucente mattino, i gabbiani si contendono aspramente i rifiuti buttati fuoribordo. La gazzarra dei loro voli accompagna il lento approssimarsi della nave alla rocca argentea levatasi dalle brume notturne per attrarre la nostra navigazione. Un’emozione intensa ha percosso per un lungo istante il cuore di ognuno di noi: sembrava a tutti d’aver raggiunto la patria, l’isola da tanto tempo agognata. Ma poi ci siamo resi conto che non era possibile: era troppo presto, gli ultimi giorni di tempo sereno e di vento favorevole non potevano averci già concesso di colmare la distanza che sappiamo essere ancora estesa fino alla terra dei nostri padri. Nondimeno, quella roccia abbagliante, quelle rupi impennate sul mare a disegnare profondi anfiteatri, ai cui piedi la risacca percuote lembi di candida rena ove gli uccelli marini eseguono le loro pantomime d’amore, e quelle ampie fenditure lungo il dirupo dentro cui il volatile trova riparo accanto alla vipera, e l’agave spinosa e l’ulivo contorto abbarbicati alla roccia a specchiarsi nell’abisso – tutto, tutto qui è così simile all’isola che ci ha visto nascere e crescere, e lusinga a tal punto il nostro desiderio della patria, che non sappiamo resistere all’impulso di porre la nave all’ombra dei suoi scoscesi picchi, di poggiare i piedi sul candore familiare del suo calcareo suolo.
L’inverecondo schiamazzo degli uccelli si allontana, mentre avvistiamo un approdo in una larga insenatura della roccia, dove il declivio addolcisce la sua china frantumandosi in una quantità di scogli piatti e tondi e spingendone alcuni molto avanti nell’acqua, a contenere e disperdere l’instancabile energia del mare. Ammainata rapidamente la vela, guidata la barca oltre gli scogli per metà sommersi dal mare, ci troviamo in una piccola rada dalle acque placide, quasi uno specchio lacustre, accecato dal bianco riflesso delle rocce sovrastanti. Accostiamo lo scoglio più basso, più agevole all’attracco, e uno di noi, saltando fuoribordo, corre ad ormeggiare la gomena alla roccia. Ma, giunto alfine il momento di metter piede a terra, i compagni esitano, riluttano: i loro gesti svogliati, gli sguardi preoccupati, fissi a scrutar nei recessi del sito sconosciuto, mi avvisano del timore che appesantisce i cuori sul punto di inoltrare il passo nell’approdo appena guadagnato. Come biasimarli? Non possiamo sapere se non ci attendano in questo luogo pericoli soverchi, cimenti che potremmo non essere in grado di sostenere. Quante altre volte abbiamo dovuto subire l’ostilità di genti inospitali? Non li disapprovo certo, anzi segretamente gioisco della loro apprensione, giacché desidero prender contatto da solo con l’isola che tanto mi ricorda la mia. Esprimo ai compagni il proposito di andare avanti ad esplorare il terreno. Se non avvertirò minacce, li inviterò a seguirmi, altrimenti sarà almeno uno solo ad esporsi. Nessuno si oppone alla mia proposta; d’altronde il comandante son io, mia è la responsabilità dell’incolumità di ognuno, e spetta a me assumere il rischio maggiore.
Mi inerpico di balza in balza, intento alla malìa che il contatto con questa roccia aspra mi infonde, quasi per un’attrazione carnale. Mi pervade un’eccitazione singolare, una gioia, un tripudio dei sensi in cui l’immaginazione si esalta. Un’onda di sensazioni antiche mi assedia: l’odore salso del mare frammisto al fluido resinoso del pino; l’improvviso lampo verde del ramarro nel barbaglio della roccia; lo strepito incessante delle cicale trafitto dal grido bizzoso del nibbio; la gioia di balzare tra aeree rupi con l’azzurro del cielo sul capo e l’azzurro del mare sotto i piedi. Mi sorprende, come una vertigine, la certezza d’aver già vissuto questo momento: d’aver
già calcato il piede, esattamente come adesso, su questa roccia abbagliante avendo sotto di me, a precipizio, la fresca trasparenza del mare. Non ho bisogno di pensare d’aver sperimentato un istante simile in un’altra vita, come talora mi accade in questi casi: so che l’impressione mi nasce dal ripetersi di circostanze conosciute molto tempo fa, sulla mia isola. Quante volte da ragazzo ho percorso la costa saltando precipite rocce sul mare con questi medesimi colori nell’aria, con questi stessi suoni, e l’immagine di un giorno simile a questo negli occhi? Ma tutto è talmente remoto da sembrare davvero parte di un’altra vita, frutto di una mia identità dimenticata.
Vedo ancora la nave, da quassù. La sua ombra si riflette sul fondo del mare. L’acqua è tersa come un cristallo e mostra tutti i suoi segreti allo stesso modo di uno scrigno aperto. Posso vedere i suoi fiori e le sue alghe e il loro lieve ondeggiare nella corrente. Vedo anche i pesci nuotare, totani anguille e sciami di alici scure, e un gigantesco polipo solitario arrancare sul fondo. I compagni volgono il capo in alto ansiosamente, attendendo un mio richiamo, una mia rassicurante esortazione a seguirmi. Ma, pur così contigui alla mia vista, li sento lontani, estranei al mio cuore. La mia anima è
altrove; soggiorno in un altro tempo, riassaporo tutto ciò che ho perduto. Sono venuto quassù per ricreare mentalmente la mia isola, per ritrovare il tempo in cui ignoravo la mia felicità. Mi afferro con la mano a un ramo di ulivo e scompaio oltre la sommità di una vetta. D’incanto mi trovo immerso nella palpitante penombra di un bosco di pini e di olivi. Il vento scuote vigorosamente le chiome degli alberi e, in improvvise scorrerie tra i rami, il sole accende le foglie, facendole squillare come campanule d’argento. Crepitano sommessamente ai miei piedi gli aghi di pino. Sfioro con tenere dita pensose i tronchi degli alberi. Il luogo evoca in me un brulichio di ricordi. La figura della mia sposa, giovinetta come al tempo in cui eravamo promessi, mi appare, incedente tra i pini e gli olivi del bosco in cui avvenivano i nostri convegni d’amore: fresca come un’acqua di fonte, il passo femminilmente flessuoso nella veste svolazzante, i petali delle labbra schiusi in una promessa di dedizione, le mani dalle lunghe dita appuntite protese all’abbraccio al pari dello sguardo lucente, colmo di tenerezza ma percorso da una punta di implorazione, quasi di sgomento, come se ella già presentisse l’abbandono a cui la destinerà l’uomo sul quale riversa con tanto fervore la pienezza del suo cuore di fanciulla. Quanto commovente, come dolce e indifesa mi sembra oggi quella creatura, quella tenera femmina amorosa che si offriva a me senza riserve, con intensa eppur pudica passione! Come ho potuto trascurare un dono così prezioso, come ignorare il raro favore che la fortuna mi offriva?! Non cesso di dolermi e di rammaricarmi della mia stolidità. Oggi ella come sarà? Inutile pormi ancora questa domanda. Avrà il cuore inaridito. Sarà piena di delusione, di avversione per colui che l’ha costretta a un’esistenza tronca, privata dell’amore a cui era votata. E’ da compiangere come e più di me. Potrò, almeno, rimediare al mio errore? Sarò ancora in tempo a consolarla di quanto le ho sottratto? Spero almeno che la sorte non mi neghi quel po’ di calore che essa potrà ancora darmi, che io potrò ancora dare a lei.
Trasalgo a un improvviso trepestio nell’ombra. Lo spavento mi sottrae
bruscamente al mio sognare. Ma è solo una capra selvatica, un segaligno abitante della costa che mi mostra per un istante il suo impaurito volto d’emaciato eremita, prima di lanciarsi in un precipitoso galoppo tra gli alberi del bosco. L’eco della sua fuga fornisce un indirizzo ai miei passi. Avanzo esitando nell’ombra mutevole del folto, tra ortiche e caprifogli fruscianti. Ma, dopo un breve cammino, varcato un viluppo tenace di sterpi edera e pruni abbarbicati in fitta schiera da tronco a tronco, la massa degli alberi dirada improvvisamente e un’ampia valle si offre al mio sguardo, luminosa nel sole. Il mirto e il corbezzolo la maculano, un torrente d’argento la percorre e colline turchine la cingono, in distanza. Presso il torrente una cinghialessa di dimensioni imponenti grufola nel fango e quattro cinghialetti dal manto striato le ruzzano ai fianchi, chiassosamente. Sono tornato al presente, ho riassunto bruscamente il contatto con la realtà e il senso del mio dovere. Esploro attentamente con gli occhi il terreno. Non vedo uomini, non segni della loro presenza; invece in lontananza scorgo i dorsi color miele di un branco numeroso di cervi. Il lento rotare di un falco nel cielo, intento a scrutare il terreno sottostante, mi suggerisce anche la presenza di selvaggina minuta, forse lepri, conigli, fagiani: carni prelibate per il nostro appetito mortificato dalla dieta prolungata di pesci e crostacei a cui ci siamo sottoposti ultimamente. Dunque, il sito non è abitato da uomini, almeno in questa valle presso la costa, ma soltanto da animali selvatici; sembra sicuro, propizio alla caccia; possiamo trovarvi riposo e ristoro, ritemprare le forze e riempire di carni la nave, così da riprendere il mare provvisti abbondantemente di cibo gustoso e nutriente.
Torno rapidamente sui miei passi per chiamare i compagni, affinché mi raggiungano.
(Frammento di un mio racconto molto più lungo pubblicato sulla rivista ORIZZONTI)