



Presso gli ultimi pozzi dove ci siamo riforniti, abbiamo raccolto tutta l’acqua che ci era possibile trasportare, ma, da quanto mi par di comprendere, circola ormai nella carovana il timore che essa possa non bastare a garantirci la sopravvivenza fino ai prossimi pozzi. Mio malgrado, e già quasi con rassegnazione, comincio a guardare l’enorme carovana di cui faccio parte come una patetica accozzaglia di fantasmi, un esercito di disperati in marcia inesorabile verso il proprio appuntamento con la morte.
Finalmente, il giorno si estingue. Il sole, disco rosso imponente, lambisce l’orlo delle sabbie. Il colore del cielo muta, muta la temperie dell’aria. Le sabbie, inondate di vermiglio, si animano, palpitano intensamente. I cammelli marciano incoronati di scarlatto, e tra le loro zampe fiorisce polvere d’oro. Il tramonto crepita come un incendio. Poi, improvvisamente, il sole scompare. L’ultimo barbaglio di luce conferisce ancora un brillìo prezioso alla sabbia, alla pelle degli animali, agli abiti degli uomini, tosto mutandosi, nell’oscurità avanzante, in cupa evanescenza di velluto. Il buio invade la terra con grande rapidità, espandendosi come un’acqua impalpabile. La notte ammanta il deserto di colpo, come per magia; pochi attimi pri
ma la luce ardeva e accecava, ed ecco, d’un tratto, in suo luogo impera la tenebra. Ma le sabbie rimandano ancora il calore tormentoso del giorno e l’arsura continua a stringerci nelle sue spire insopportabili. Il cielo si accende d’uno sterminato pulviscolo di stelle e uno spicchio di luna, proprio davanti a noi, brilla vividamente. Non per questo le sabbie ricevono luce a sufficienza e la marcia dei cammelli risulta incerta e spettrale. Avanziamo nelle tenebre come fantasmi informi e taciturni…
…
Tangeri è là, oltre il costone roccioso di cui siamo impegnati a valicare il fianco; mi si mostra come un’apparizione di purezza; diafana, esangue; una piramide eterea di case bianche e azzurre sormontate da un minareto sottile come una palma, e ai suoi piedi un arco di spiaggia la separa dal mare impietrito dall’approssimarsi della notte.
Il sole dispiega l’ultimo sfarzo di colori che accompagna la sua scomparsa. Gli orli delle nuvole in lenta navigazione nel cielo vibrano di riflessi gialli e vermigli; il mare si intorbida di violetto; la città si dissolve in una purpurea visione. Rimontiamo in groppa per proseguire il nostro cammino, mentre l’aria si offusca e incupisce. Ombre oscure assediano la livida incertezza del sentiero. La mia guida inveisce con rauco trasporto contro la flemma circospetta degli asini. E’ già notte quando entriamo a Tangeri, ma il nudo splendore della luna notifica il nostro ingresso in città. Varcandone la porta, il gelo della paura mi irrigidisce le membra; v’è a guardia una sentinella armata, una presenza oltremodo allarmante, per me, giacché se mi chiedesse chi sono e quale scopo mi conduce in questa città, potrei trovarmi nell’impossibilità di partire, essere obbligato a restar prigioniero degli aborriti cenci che mi nascondono; ma essa ci guarda passare con indifferenza, senza domandarci nulla. La mia sorte, a questo punto, mi appare veramente appesa a un filo: un nonnulla potrebbe causare la mia perdita.
Caracolliamo lungo vicoli stretti come crepacci tra muri di case imbruniti dalla notte. Come appuro presto, siamo diretti al fondaco, l’affollato e fetido dormitorio pubblico per uomini e animali…

otremmo non essere in grado di sostenere. Quante altre volte abbiamo dovuto subire l’ostilità di genti inospitali? Non li disapprovo certo, anzi segretamente gioisco della loro apprensione, giacché desidero prender contatto da solo con l’isola che tanto mi ricorda la mia. Esprimo ai compagni il proposito di andare avanti ad esplorare il terreno. Se non avvertirò minacce, li inviterò a seguirmi, altrimenti sarà almeno uno solo ad esporsi. Nessuno si oppone alla mia proposta; d’altronde il comandante son io, mia è la responsabilità dell’incolumità di ognuno, e spetta a me assumere il rischio maggiore.
o tutto ciò che ho perduto. Sono venuto quassù per ricreare mentalmente la mia isola, per ritrovare il tempo in cui ignoravo la mia felicità. Mi afferro con la mano a un ramo di ulivo e scompaio oltre la sommità di una vetta. D’incanto mi trovo immerso nella palpitante penombra di un bosco di pini e di olivi. Il vento scuote vigorosamente le chiome degli alberi e, in improvvise scorrerie tra i rami, il sole accende le foglie, facendole squillare come campanule d’argento. Crepitano sommessamente ai miei piedi gli aghi di pino. Sfioro con tenere dita pensose i tronchi degli alberi. Il luogo evoca in me un brulichio di ricordi. La figura della mia sposa, giovinetta come al tempo in cui eravamo promessi, mi appare, incedente tra i pini e gli olivi del bosco in cui avvenivano i nostri convegni d’amore: fresca come un’acqua di fonte, il passo femminilmente flessuoso nella veste svolazzante, i petali delle labbra schiusi in una promessa di dedizione, le mani dalle lunghe dita appuntite protese all’abbraccio al pari dello sguardo lucente, colmo di tenerezza ma percorso da una punta di implorazione, quasi di sgomento, come se ella già presentisse l’abbandono a cui la destinerà l’uomo sul quale riversa con tanto fervore la pienezza del suo cuore di fanciulla. Quanto commovente, come dolce e indifesa mi sembra oggi quella creatura, quella tenera femmina amorosa che si offriva a me senza riserve, con intensa eppur pudica passione! Come ho potuto trascurare un dono così prezioso, come ignorare il raro favore che la fortuna mi offriva?! Non cesso di dolermi e di rammaricarmi della mia stolidità. Oggi ella come sarà? Inutile pormi ancora questa domanda. Avrà il cuore inaridito. Sarà piena di delusione, di avversione per colui che l’ha costretta a un’esistenza tronca, privata dell’amore a cui era votata. E’ da compiangere come e più di me. Potrò, almeno, rimediare al mio errore? Sarò ancora in tempo a consolarla di quanto le ho sottratto? Spero almeno che la sorte non mi neghi quel po’ di calore che essa potrà ancora darmi, che io potrò ancora dare a lei.